Armando Carrara
Home | Quanta Arte... | Quadri Giovanili  |  Il Quadro Letto |  Filastrocca per 12 mesi  | Dietro Le Quinte |Verismo...
Quanta Arte In Una Cornice Di Larice

La cornice Di Larice

C’è più arte nella tela dipinta o nelle cornici di larice?

Riflessioni vagamente malinconiche di un falegname dilettante nell’anno 2001.

Con un poco di tristezza nel cuore sono qui nel magazzino della Piccionaia e sto piallando le tavole che userò per fare la cornice del grande ritratto di mio padre e di mia madre: Tommaso Carrara e Argia Lavoratorini  che da sempre chiamo per nome Argia e Masi, abitudine che non mi sono mai tolta dal tempo in cui nei teatri, mia madre e mio padre, non volevano essere chiamati tali a causa dell’odor di guittume che la famiglia d’arte suscitava: Nello stabile di Catania al fianco di Turi Ferro c’erano anche sette Carrara nostri parenti e, a parte Ida Carrara, moglie di Turi Ferro, tutti gli altri avevano cambiato cognome per evitare di far vedere che la compagnia era formata da una moltitudine di Carrara.

Stavo dicendo che sto piallando le tavole per preparare la cornice del grande, doppio ritratto dei miei genitori; Non sono tavole qualunque… Hanno più di cinquanta anni e sono tarlatissime. Nonostante il larice sia un’essenza molto dura, le vene più morbide sono tutte un ricamo di tarli che si sono dovuti fermare solo a contatto con la vena rossa del legno, quella più tenace. Neanche i tarli possono intaccala.

Legno meraviglioso il larice e questo doveva essere molto bello da nuovo… non che ora non sia meraviglioso, emana ancora adesso, mentre lo piallo, profumo di resina! Accarezzo la superficie levigata piena di nodi e ghirigori di tarli. Sono tavole che sono state tagliate seguendo l’assottigliarsi del tronco per non perdere neppure un centimetro di larghezza, poi alternando le tavole dal lato stretto e dal lato largo si riusciva a ricavare quello che veniva chiamato il tavolone, che era composto da cinque, sei tavole per la larghezza di un metro e per la lunghezza di quattro. Ogni tavola era inchiodata a un traverso con cinque chiodi ribattuti. Fu un lavoro che fece mio padre aiutato da un esperto falegname di cui Masi cita frequentemente la leggendaria precisione e l’occhio infallibile nel valutare le misure. Quei tavoloni sono quanto rimane del Piccolo Carro di Tespi dove si esibiva la compagnia Carrara – Laurini. Per chi non lo sapesse Il Piccolo Carro di Tespi era, assieme ad altre 300 simili strutture, un “teatro viaggiante” che itinerava per l’Italia nei primi decenni del secolo scorso. Ogni “piazza” un repertorio di sessanta e più spettacoli;  “Il Cardinale”, “ I figli di nessuno”, “ I due sergenti “, “Come le Foglie” ecc.

In quel Teatro Mobile ci stavano fino a quattrocento persone …ma una volta accadde che il pubblico stesso portò fuori le stufe a carbone, che provvedevano a scaldare la sala, per far entrare quelli che non volevano rinunciare allo spettacolo! Quella volta arrampicati sulle capriate, stipati in piedi, ce ne stettero quasi settecento …e tutti paganti!

Ecco, io sto piallando quel che resta del Teatro Mobile per fare la cornice al ritratto dei miei genitori. Devo piallare una quantità di materiale per trovare qualche metro in buono stato. Sono ormai molti inverni che mio padre accende il fuoco nel camino con le tavole del Piccolo Carro di Tespi. Mi sono battuto affinché il Teatro Mobile non finisse così …ma contro i tarli non si può fare nulla e alla fine ci siamo tutti rassegnati. Conserviamo ancora parte delle sedie della platea e alcune tavole che ho proibito a mio padre di bruciare perché voglio in qualche modo salvarle. In questi giorni ho dato la “ vernice finale “ al ritratto dei miei: sono seduti ad un tavolo ricoperto da un panno verde, e giocano a carte. Mia madre mostra con sguardo malizioso una “matta” che regge nella mano sinistra mentre mio padre guarda assorto un mazzo di carte da ramino; ho anche fatto incidere una targhetta di quelle che indicano il titolo del quadro. È piccola, di ottone lucido, e recita: “ Tommaso Carrara e Argia Lavoratorini attori e scavalcamontagne “ …così erano detti gli attori itineranti per la loro capacità di arrivare in qualsiasi posto ci fosse un potenziale pubblico ad applaudirli.

 Piallo

E pensare che su quelle tavole debuttai come neonato forse nel “Piacere dell’Onestà” di Pirandello; oppure nella: “Genoveffa di Brabante …o Bramante o qualche altro nome… dicono che recitai benissimo: piansi per tutta la scena! Poi dissi la mia prima battuta a tre quattro anni. …non so esattamente se fu ne: “La moglie del dottore” (dove dovevo dire al dottore che mi visitava: “Sei tu un salame!”) o nello spettacolo: “I due Sergenti” in cui dovevo entrare correndo gridando felice: “Mamma… mamma… è arrivata una nave da porto Fardrè …Sfondrè …Mondrè!!!!” …e chi si ricorda più!? Ai miei orecchi di bambino erano nomi magici e già allora tutte quelle “fiabe” le conoscevo solo io ed era inutile che cercassi di raccontarle ai miei occasionali compagni di giuochi …tanto non avrebbero capito di che cosa stessi parlando! Che ne sapevano loro di ribalta, di cantinelle, di tiri, di cerone, di crespo, di mastice per la barba? Di basi, di pannò, di gelatine, di quinte, di andare a soggetto, di burlette? Che ne sapeva la maestra che mi diede un brutto voto perché in un pensierino scrissi: “Ieri i miei genitori erano arrabbiati perché hanno fatto forno.” Era la lingua arcana del mistero… dei teatranti, in cui forno significava che a teatro non era venuto nessuno e lo spettacolo non era andato in scena. Che ne sapevano gli altri di come si fa una pipa per fare le fiammate necessarie per l’apparizione del diavolo… che ne sapevano di come con un semplice corto circuito si può provocare una scintilla che da fuoco ad un mucchietto di polvere da sparo? Un effetto straordinario! una fiammata meravigliosa accompagnata da un lampo accecante! E come ero invidiato quando facevo vedere come si crea il rumore del mare o della pioggia, oppure il tuono con una lamina di ferro… e tutto avvenne sopra queste tavole che sto piallando.

Molte volte ho narrato queste cose, ma ogni volta ne ricavo la sensazione di non essere capito da chi mi ascolta – oggi come allora - come se ci fosse un irrimediabile differenza fra me e l’ascoltatore. La sensazione precisa che costantemente provo è quella di essere profondamente diverso dagli altri, appartenente ad un mondo nomade e dominato dalla necessità di fare teatro. Capisco che gli altri non capiscono e tutto finisce lì… mi ritiro in me stesso contrariato di non riuscire a far capire la mia diversità, le basi culturali che seppure remote costituiscono ancora il fondamento del mio esistere. Ho sempre avuto una vaga tendenza alla malinconia e   all’interiorizzazione così come l’arte ha sempre costituito per me una necessità. Non voglio dire che io sono un grande artista, non è questo quello che voglio dire …casomai lo diranno gli altri… ma sono un grande innamorato dell’arte, ecco, questo sì.

Piallo

Ma non sono qui per spiegare la vita nomade della Famiglia Carrara… (c’è un libro ben curato che parla di questo e una decina di tesi di laurea che hanno approfondito l’argomento) Sono qui invece per ribadire che un tempo c’era una moltitudine di attori che si chiamava fuori dal mondo degli stanziali (dei gagi come si diceva in gergo) ed è da questa moltitudine che un tempo uscivano molti dei grandi interpreti che noi tutti abbiamo conosciuto per la loro bravura. Un tempo i grandi attori di norma non uscivano dalle scuole di teatro ma nascevano dalla pratica del palcoscenico che partiva dal fatidico: “ Hanno portato questa lettera ” per giungere all’essere o non essere… se ne avevano la capacità. Oggi basta fare  Il Grande Fratello, farsi una scopata in diretta per divenire il divo di turno. E non importa se non sai recitare tanto il pienone è assicurato. Ed è colpa del pubblico se i teatri frequentati da comici televisivi di mezza tacca fanno esaurito tutte le sere, se gli ospiti d’onore sono le letterine e le veline… se la televisione trabocca di Uomo Gatto e di “Anche i ricchi piangono” e se grandi attori si trovano con il teatro vuoto. La colpa è del pubblico e di questo mondo capitalistico che ha progressivamente imposto la quantità sulla qualità imponendo di fatto la fine del far bene a vantaggio del far presto e a basso costo.

Scheggia! Porco qua e porco la!

Che poi, volendo, l’apprendimento sul campo era la norma per i fabbri, i falegnami, i lattonieri che dovevano apprendere il lavoro dall’anziano e non dai libri di scuola. Meglio? Peggio? Fate un poco voi, sta di fatto che nel nostro campo incontro sempre più di rado i grandi interpreti di un tempo in cui la bravura era una cosa normale, che ci doveva essere e basta così… e per una paga modesta, per giunta.

 Sono coperto dalla polvere della piallatrice. Perché sto usando le tavole del Teatro Viaggiante per fare la cornice del quadro di mio padre e mia madre? Per salvare un ricordo, un momento di una storia teatrale che non esiste più… Per incorniciare questi due attori con lo stesso legno su cui trionfarono tante volte con: “La Nemica”, “La Maestrina”, “Il Padrone delle Ferriere”, “Il Conte di Montecristo”… E non userò solo il legno che si è salvato dalle ingiurie del tempo… ma anche il legno logoro, con i suoi buchi e i suoi tarli; vecchio come vecchi sono i miei genitori e la loro gloriosa storia teatrale. Forse – ecco – mi piace mettere vicino al ritratto dei miei ciò che per loro costituì il punto focale del loro esistere: le tavole che pavimentavano il palcoscenico del Piccolo Carro di Tespi. E non è solo per loro ma anche per me che nel nomadismo della mia famiglia riconosco, ora, con orgoglio, le mie radici.

La matta che mia madre mostra con sorriso malizioso dice molto… Nel giuoco della Scala Quaranta è una carta senza fissa dimora che può essere collocata ovunque… una carta nomade, come nomadi furono i miei antenati: Quei Carrara con il Teatro Viaggiante della inarrestabile compagnia Carrara – Laurini. Solo i tarli l’hanno sconfitto!

Piallo…


Statistiche sito,contatore visite, counter web invisibile