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Argia Laurini e Tommaso Carrara attori e scavalcamontagne.

2001 – 165 x 85 – cornice di larice - olio su tela.


Argia Laurini e Tommaso Carrara attori e scavalcamontagne.
2001 – 165 x 85 – cornice di larice - olio su tela.

Al tempo in cui realizzavo il ritratto dei miei genitori, mio padre aveva ottanta anni e si dedicava al teatro per piacere e non più a tempo pieno. Il tempo libero aveva fatto sorgere una abitudine: La partita a carte verso sera, prima della cena.
I miei genitori mettevano il panno verde, e giocavano a scala quaranta. Spesso entrando in casa loro, li trovavo così: la campana di vetro fumè coperta con un foulard che illuminava il tavolo verde; mio padre con degli inquietanti occhiali da vista scuri per riposarsi gli occhi; mia madre con la sua eterna sigaretta che si consumava più nel posacenere che fra le labbra; la lavagnetta di ardesia e i gessetti; oppure un blocchetto di fogli usati e che venivano riciclati per tenere il punteggio della partita. Mia madre era allora ancora in piena attività teatrale eppure trovava quasi sempre il tempo per la partita serale a carte. Le carte erano un tempo le fedeli compagne dei teatranti. Quando all’inizio del secolo passato, la compagnia lirica di mio nonno (il Tenore Armando Laurini e di mia nonna Anna Sessich) girava in piroscafo il Mediterraneo, toccando l’Egitto, la Tunisia, la Sicilia ecc. il passatempo più frequente di cantanti e coristi, erano le partite a carte (a soldi) che comportavano infinite discussioni e liti accalorate. Certo, una volta gli spostamenti comportavano giornate intere di navigazione; a volte settimane di viaggio. Anche gli spostamenti in Italia spesso si facevano tramite piroscafo che risultava più confortevole. Conservo ancora il baule “da piroscafo” di mio nonno Armando che oltre ad essere massiccio era anche ricoperto di tela cerata. Erano quei bauli che venivano issati a bordo con i paranchi per mezzo di reti. Dipingere mio padre e mia madre che giocano a carte non è dunque solo un quadretto di famiglia, ma soprattutto la citazione di un mondo scomparso, in cui, la partita a carte, era il collante fra gli attori che molto frequentemente giocavano anche in camerino fra una scena o l’altra con buona pace del naturalismo recitativo e della immedesimazione nel personaggio. Un asso di bastoni e poi un “essere o non essere” con la capacità di vincere la partita a carte e di far commuovere contemporaneamente il pubblico che assisteva all’Amleto.

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